• Terza Conferenza Generale dell'Episcopato Latino Americano

    Terza Conferenza Generale dell'Episcopato Latino Americano

    Puebla, 1979

     

    Istituti Secolari

    774. "Per quanto riguarda propriamente gli Istituti Secolari, è importante ricordare che il loro specifico carisma cerca di rispondere in modo diretto alla grande sfida che gli attuali cambiamenti culturali pongono alla Chiesa: recepire le forme di vita secolarizzata, che il mondo urbano-industriale esige, evitando però che la secolarità si converta in secolarismo".

    775. "Lo Spirito ha suscitato nel nostro tempo questo nuovo modo di vita consacrata rappresentato dagli Istituti Secolari, per aiutare in qualche modo a risolvere, tramite loro, la tensione tra apertura reale ai valori del mondo moderno (autentica secolarità cristiana) e la piena e profonda donazione del cuore a Dio (spirito della consacrazione). Mettendosi esattamente al centro del conflitto, questi Istituti possono costituire un valido apporto pastorale per il futuro, e aiutare ad aprire nuove vie, valide per tutti, per il Popolo di Dio".

    776. "Per altra parte, a motivo della stessa problematica che intendono affrontare e per la mancanza di radici in una provata tradizione, essi sono più esposti delle altre forme di vita consacrata alle crisi del nostro tempo e al contagio del secolarismo. La speranza e i rischi che il loro modo di vivere comporta, dovranno spingere l'Episcopato latino-americano a promuovere e ad appoggiare con particolare sollecitudine il loro sviluppo".

     

  • Discorso alla Conferenza Mondiale degli Istituti Secolari - 1980

    Discorso alla Conferenza Mondiale degli Istituti Secolari

    S. S. Giovanni Paolo II
    28 agosto 1980

     

    Cari fratelli e sorelle nel Signore.

    1.“A voi, grazia e pace da Dio nostro Padre, e dal Signore Gesù Cristo”. Queste parole familiari all’apostolo san Paolo (cf. Rm 1,7; 1Cor 1,3; 2Cor 1,2; ecc), salgano spontaneamente alle mie labbra per augurarvi il benvenuto, e per esprimervi la mia riconoscenza per la visita che mi rendete in occasione del vostro congresso, che riunisce i rappresentanti degli istituti secolari del mondo intero.

    Questo incontro mi procura una gioia profonda. Infatti, il vostro stato di vita consacrata costituisce un dono particolare dello Spirito Santo fatto al nostro tempo per aiutarlo, come hanno detto i miei confratelli latino-americani riuniti a Puebla, “a risolvere la tensione tra l’apertura oggettiva ai valori del mondo moderno (stato secolare cristiano autentico) e il dono plenario del cuore a Dio (spirito della consacrazione)” (cf. Puebla, 775). Infatti, voi vi trovate per così dire al centro del conflitto che turba e divide l’anima moderna, perché potete offrire “un apporto pastorale efficace per l’avvenire e aprire strade nuove e di valore universale per il Popolo di Dio” (Ivi).

    Ho dunque grande interesse per il vostro congresso e prego il Signore di darvi la sua luce e la sua grazia affinché i lavori della vostra assemblea vi permettano di analizzare lucidamente le possibilità e i rischi che il vostro modo di vivere comporta, di prendere subito le decisioni in grado di assicurare alla vostra scelta di vita, da cui la Chiesa oggi si attende molto, gli sviluppi opportuni.

    2. Nello scegliere i temi del vostro congresso: “L’evangelizzazione e gli istituti secolari alla luce dell’esortazione apostolica “Evangelii Nuntiandi””, avete seguito una suggestione contenuta in una allocuzione del mio venerato predecessore, il Papa Paolo VI al quale va certamente la vostra gratitudine per l’attenzione che vi ha sempre riservato e per l’efficacia con la quale seppe fare accogliere dalla Chiesa la consacrazione nella vita secolare. Indirizzandosi il 25 agosto 1976 ai responsabili generali dei vostri istituti, egli rilevava: “Se essi rimarranno fedeli alla loro vocazione particolare, gli istituti secolari diventeranno come “il laboratorio di esperienza” nel quale la Chiesa verifica le modalità concrete dei suoi rapporti con il mondo. È perciò che essi devono ascoltare, come rivolto soprattutto a loro, l’appello dell’esortazione apostolica “Evangelii Nuntiandi”: “Il loro compito... è la messa in opera di tutte le possibilità cristiane ed evangeliche nascoste, ma già presenti e attive nelle cose del mondo. Il campo proprio della loro attività evangelizzatrice è il mondo vasto e complicato della politica, del sociale, dell’economia, ma ugualmente della cultura, delle scienze e delle arti, della vita internazionale, dei mass media”(Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 70)” (cf. Doc. Cath., 1976, p. 807).

    In queste parole, l’accento messo sulla realtà ecclesiale degli istituti secolari nella loro essenza e nel loro agire non sarà certamente sfuggito a nessuno. È d’altronde sviluppato anche in altri discorsi. C’è lì un elemento che desidero sottolineare. Infatti, come non rendersi conto di quanto è importante che la vostra esperienza di vita, caratterizzata ed unificata dalla consacrazione, l’apostolato e la vita secolare, si svolge, certo, attraverso un sano pluralismo, in una comunione autentica: con i pastori della Chiesa e nella partecipazione alla missione evangelizzatrice di tutto il Popolo di Dio?

    Questo non pregiudica, d’altra parte, ciò che distingue essenzialmente il modo di consacrazione a Cristo che ci è proprio. Il mio predecessore lo precisava nell’allocuzione che ho già citato, e ricordava in questa occasione una distinzione di grande importanza metodologica: “Questo non significa, evidentemente - diceva - che gli istituti secolari, in quanto tali, debbano caricarsi di questi compiti. Questo spetta a ciascuno dei loro membri. È dunque il dovere degli istituti stessi di formare la coscienza dei loro membri a una maturità e a una apertura che li spingano a prepararsi con molto zelo alla professione scelta, allo scopo di affrontare in seguito con competenza, e in spirito di distacco evangelico, i pesi e la gioia delle responsabilità sociali verso le quali la provvidenza li orienterà” (cf. Doc. Cath., 1976, p. 807).

    3. Conformemente a queste indicazioni di Papa Paolo VI, i vostri istituti hanno approfondito in modi diversi, in questi ultimi anni, a livello nazionale o continentale, il tema dell’evangelizzazione. Il vostro attuale congresso vuole fare il punto sui risultati acquisiti e verificarne il valore, al fine d’orientare sempre meglio gli sforzi di ciascuno in accordo con la vita della Chiesa, che cerca con tutti i mezzi “di studiare come fare arrivare all’uomo moderno il messaggio cristiano nel quale può trovare la risposta ai suoi interrogativi e la forza per il suo impegno di solidarietà umana” (Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 3).

    Sono felice di prendere atto del buon lavoro compiuto e esorto tutti i membri, preti e laici, a perseverare nella ricerca di una miglior comprensione delle realtà e dei valori temporali in rapporto all’evangelizzazione stessa: il prete, per rendersi sempre più attento alla situazione dei laici e per portare al presbiterio diocesano non solamente una esperienza di vita secondo i consigli evangelici e con un aiuto comunitario, ma anche una sensibilità esatta del rapporto della Chiesa al mondo; il laico, per accogliere il ruolo particolare affidato a colui che è consacrato nella vita laica al servizio dell’evangelizzazione.

    Che i laici abbiano, in questo campo, un incarico specifico, ho avuto l’occasione di sottolinearlo in molte riprese, in stretto accordo d’altronde con le indicazioni date dal Concilio. In quanto Popolo santo di Dio, dicevo per esempio a Limerick, nel corso del mio pellegrinaggio in Irlanda, voi siete chiamati a occupare il vostro ruolo nella evangelizzazione del mondo. Sì, i laici sono “una gente scelta, un sacerdozio santo”. Essi sono chiamati a essere “il sale della terra” e “la luce del mondo”.È loro vocazione e loro missione specifica di manifestare il Vangelo nella loro vita e di inserirlo anche come un lievito nella realtà del mondo in cui vivono e lavorano. Le grandi forze che reggono il mondo - politica, mass media, scienza, tecnologia, cultura, educazione, industria e lavoro - sono precisamente i campi in cui i laici hanno specificamente competenza per esercitarvi la loro missione. Se queste forze sono dirette da persone che sono veri discepoli di Cristo e che, allo stesso tempo, per le loro conoscenze e i loro talenti, sono competenti nel loro campo specifico, allora il mondo sarà veramente cambiato dal di dentro dalla potenza redentrice di Cristo” (Giovanni Paolo II, Homilia in urbe Limerico habita, die 1 oct 1979: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, II,2 [1979] 497. Cf. Doc. Cath., 1979, p. 867).

    4. Riprendendo ora questo discorso e approfondendolo, provo il bisogno di attirare la vostra attenzione sulle tre condizioni di importanza fondamentale per l’efficacia della vostra missione:

    a) Voi dovete essere, prima di tutto, veri discepoli di Cristo. In quanto membri di un istituto secolare, voi volete essere tali con la radicalità del vostro impegno di seguire i consigli evangelici in una maniera tale che, non solamente essa non cambia la vostra condizione - voi siete e rimanete laici! - ma essa la rafforza, in questo senso che il vostro stato secolare sia consacrato, che sia più esigente e che l’impegno nel mondo e per il mondo, implicato da questo stato secolare, sia permanente e fedele.
    Rendetevi ben conto di ciò che questo significa: la consacrazione speciale, che porta alla sua pienezza la consacrazione del battesimo e della cresima, deve impegnare tutta la vostra vita e tutte le vostre attività quotidiane, creando in voi una disponibilità totale alla volontà del Padre che vi ha posti nel mondo e per il mondo. In questo modo, la consacrazione verrà a costituire come l’elemento di discernimento dello stato secolare, e voi non correte il rischio di accettare questo stato semplicemente come tale, con un facile ottimismo, ma l’assumerete coscienti dell’ambiguità permanente che l’accompagna, e vi sentirete logicamente impegnati a discernere gli elementi positivi e quelli che sono negativi allo scopo di privilegiare gli uni, precisamente con l’esercizio del discernimento, e per eliminare al contrario progressivamente gli altri.

    b) La seconda condizione è che voi siate, al livello del sapere e dell’esperienza, veramente competenti nel vostro campo specifico per esercitare, grazie alla vostra presenza, questo apostolato di testimonianza e di impegno verso gli altri che la vostra consacrazione e la vostra vita nella Chiesa vi impongono. Infatti, è solamente grazie a questa competenza che voi potete mettere in pratica la raccomandazione rivolta dal Concilio ai membri degli istituti secolari: “Bisogna che essi tendano prima di tutto a donarsi interamente a Dio nella carità perfetta e che i loro istituti conservino il carattere secolare che è loro proprio e specifico al fine di potere esercitare ovunque e efficacemente l’apostolato per il quale essi sono stati creati” (Perfectae Caritatis, 11).
    Questo vuol dire che voi dovete prendere sul serio l’ordine naturale e il suo “spessore ontologico”, cercando di leggere in esso il disegno liberamente perseguito da Dio, e offrendo la vostra collaborazione affinché si renda attuale progressivamente nella storia. La fede vi dà indicazioni sul destino superiore al quale questa storia è aperta grazie all’iniziativa salvifica di Cristo; nella rivelazione divina, tuttavia, non trovate risposte belle e fatte a numerose questioni che l’impegno concreto vi pone. È vostro dovere cercare, alla luce della fede, le soluzioni adeguate ai problemi pratici che emergono di volta in volta, e che non potrete spesso ottenere se non correndo il rischio di soluzioni solamente probabili.
    C’è dunque un impegno a promuovere le realtà dell’ordine naturale e un impegno a far intervenire i valori della fede, che devono unirsi e integrarsi armoniosamente alla vostra vita, costituendo il suo orientamento di fondo e la sua costante ispirazione. In questo modo, voi potrete contribuire a cambiare il mondo “dal di dentro”, divenendo il suo fermento vivificante e obbedendo alla consegna che vi è stata data nel motu proprio “Primo Feliciter”: essere “il fermento, modesto ma efficace, che agendo ovunque e sempre, è mescolato ad ogni classe di cittadini, dalle più modeste alle più elevate, si sforza di raggiungerle e di riempirle tutte e ciascuna dell’esempio e in ogni modo fino ad informare la massa tutta intera in modo tale che essa sia tutta germogliata e trasformata in Cristo” (Primo Feliciter, Introd.).

    5. La messa in evidenza dell’apporto specifico del vostro stile di vita non deve, tuttavia, condurre a sottovalutare le altre forme di consacrazione alla causa del regno alla quale voi potete così essere chiamati. Voglio alludere a ciò che è detto nel n. 73 dell’esortazione “Evangelii Nuntiandi,”che ricorda che: “I laici possono anche sentirsi chiamati o essere chiamati a collaborare con i pastori al servizio della comunità ecclesiale, per la crescita e la vita di essa, esercitando ministeri molto diversificati, secondo la grazia e i carismi che il Signore vorrà ben mettere in loro”.

    Questo aspetto non è certamente nuovo ma corrisponde al contrario nella Chiesa a tradizioni molto antiche; concerne anche un certo numero di membri degli istituti secolari e principalmente, ma non esclusivamente, coloro che vivono nelle comunità dell’America latina o di altri paesi del terzo mondo.

    6. Cari figli e figlie, il vostro campo d’azione, come vedete, è molto vasto. La Chiesa aspetta molto da voi. Essa ha bisogno della vostra testimonianza per portare al mondo, affamato della parola di Dio anche se non ne ha coscienza, il “gioioso annuncio” che ogni aspirazione autenticamente umana può trovare in Cristo il suo compimento. Sappiate essere all’altezza delle grandi possibilità che la provvidenza divina vi offre in questa fine del secondo millennio cristiano.

    Da parte mia, rinnovo la mia preghiera al Signore, per la materna intercessione della Vergine Maria, affinché vi accordi in abbondanza i suoi doni di luce, di saggezza, di determinazione nella ricerca delle vie migliori per essere, tra i vostri fratelli e le vostre sorelle che sono nel mondo, una testimonianza vivente resa a Cristo e un richiamo discreto ma convincente ad accogliere la sua novità nella vita personale e nelle strutture sociali.

    Che la carità del Signore guidi le vostre riflessioni e i vostri scambi durante questo congresso. Voi potrete allora camminare con fiducia. Vi incoraggio a questo donandovi la benedizione apostolica, per voi e per coloro che voi rappresentate oggi.

     

    S. S. GIOVANNI PAOLO II, 28 agosto1980

     

  • Discorso ai partecipanti alla plenaria della SCRIS - 1983

    Discorso ai partecipanti alla plenaria della
    Sacra Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari

    S. S. Giovanni Paolo II
    6 maggio 1983

     

    Venerabili fratelli e carissimi Figli!

    1. Vi ringrazio della vostra presenza, e vi esprimo la mia gioia per questo incontro, e la mia riconoscenza per il lavoro che svolgete nell’animazione e promozione della vita consacrata. I consigli evangelici, infatti, sono un “dono divino che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore e con la sua grazia sempre conserva” (Lumen Gentium, 34), ed è pertanto estremamente valido e prezioso quanto si compie nel Dicastero in favore della loro professione.

    In questa linea di animazione e promozione si è posta anche l’assemblea plenaria che oggi concludete, nella quale avete preso in particolare considerazione l’identità e la missione di quegli Istituti, che a motivo della loro peculiare missione “in saeculo et ex saeculo” (Codex Iuris Canonici, can. 713 § 2), sono denominati “Istituti secolari”.

    È la prima volta che una vostra assemblea plenaria tratta direttamente di questi: è stata quindi una scelta opportuna, che la promulgazione del nuovo Codice ha favorito. In esso gli Istituti secolari - che nel 1947 ebbero il riconoscimento ecclesiale con la costituzione apostolica emanata dal mio predecessore Pio XII, Provida Mater - trovano ora la loro giusta collocazione in base alla dottrina del Concilio Vaticano II. Tali Istituti, infatti, vogliono essere fedele espressione di quella ecclesiologia, che il Concilio riconferma, quando mette in evidenza la vocazione universale alla santità (cf. Lumen Gentium, cap. V), i compiti nativi dei battezzati (cf. Ivi IV; Apostolicam Actuositatem), la presenza della Chiesa nel mondo in cui deve agire come fermento ed essere “sacramento universale di salvezza” (Lumen Gentium, 48; cf. Gaudium et Spes), la varietà e la dignità delle diverse vocazioni, e il “singolare onore”, che la Chiesa ha verso la “perfetta continenza per il Regno dei cieli” (Lumen Gentium, 42) e verso la testimonianza della povertà e dell’obbedienza evangeliche (Ivi).

    2. Molto giustamente la vostra riflessione si è soffermata sugli elementi costitutivi, teologici e giuridici, degli Istituti secolari, tenendo presente la formulazione dei canoni ad essi dedicati nel Codice recentemente promulgato, ed esaminandoli alla luce dell’insegnamento che il Papa Paolo VI, e io stesso con l’allocuzione del 28 agosto 1980, abbiamo ribadito nelle Udienze loro concesse.

    Dobbiamo esprimere un profondo ringraziamento al Padre di infinita misericordia, che ha preso a cuore le necessità dell’umanità e, con la forza vivificante dello Spirito, ha intrapreso in questo secolo iniziative nuove per la sua redenzione. Al Dio trino sia onore e gloria per questa irruzione di grazia, che sono gli Istituti secolari, con i quali egli manifesta l’inesauribile benevolenza, con cui la Chiesa stessa ama il mondo in nome del suo Dio e Signore.

    La novità del dono, che lo Spirito ha fatto alla fecondità perenne della Chiesa, in risposta alle esigenze del nostro tempo, si coglie soltanto se si comprendono bene i suoi elementi costitutivi nella loro inseparabilità: la consacrazione e la secolarità; il conseguente apostolato di testimonianza, di impegno cristiano nella vita sociale e di evangelizzazione; la fraternità che, senza essere determinata da una comunità di vita, è veramente comunione; la stessa forma esterna di vita, che non distingue dall’ambiente in cui si è presenti.

    3. Ora, è doveroso conoscere e far conoscere questa vocazione, così attuale e vorrei dire così urgente, di persone che si consacrano a Dio praticando i consigli evangelici, e in tale consacrazione speciale si sforzano di immergere tutta la loro vita e tutte le loro attività, creando in se stesse una disponibilità totale alla volontà del Padre e operando per cambiare il mondo dal di dentro (cf. Giovanni Paolo II, Allocutio iis qui coetui Conferentiae Mundialis Institutorum Saecularium Romae habito affuere in Arce Gandulfi coram admissis habita, 28 agosto 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III/2 [1980] 468 ss.).

    La promulgazione del nuovo Codice permetterà certamente questa migliore conoscenza, ma deve pure spingere i Pastori a favorire tra i fedeli una comprensione non approssimativa o accomodante, ma esatta e rispettosa delle caratteristiche qualificanti.

    In tal modo si susciteranno risposte generose a questa difficile ma bella vocazione di “piena consacrazione a Dio e alle anime” (Primo feliciter, V): vocazione esigente, perché vi si risponde portando gli impegni battesimali alle più perfette conseguenze di radicalità evangelica, e anche perché questa vita evangelica deve essere incarnata nelle più diverse situazioni.

    Infatti, la varietà dei doni affidati agli Istituti secolari esprime le varie finalità apostoliche, che abbracciano tutti i campi della vita umana e cristiana. Questa ricchezza pluralistica si manifesta anche nelle numerose spiritualità che animano gli Istituti secolari, con la diversità dei sacri vincoli, che caratterizzano diverse modalità nella pratica dei consigli evangelici e nelle grandi possibilità di inserimento in tutti gli ambienti della vita sociale. Giustamente il mio predecessore, il Papa Paolo VI, che tanto affetto dimostrò per gli Istituti secolari, diceva che, se essi “rimangono fedeli alla propria vocazione, saranno come il laboratorio sperimentale, nel quale la Chiesa verifica le modalità concrete dei suoi rapporti con il mondo” (Paolo VI, Allocutio iis qui coetui internationali Institutorum Saecularium interfuerunt habita, 25 agosto 1976: Insegnamenti di Paolo VI, XIV [1976] 676). Prestate, dunque, il vostro appoggio a tali Istituti, perché siano fedeli alla originalità dei loro carismi di fondazione riconosciuti dalla Gerarchia, e siate vigilanti per scoprire nei loro frutti l’insegnamento, che Dio vuole darci per la vita e l’azione di tutta la Chiesa.

    4. Se ci sarà uno sviluppo e un rafforzamento degli Istituti secolari, anche le Chiese locali ne trarranno vantaggio.

    Nella vostra assemblea plenaria questo aspetto è stato tenuto presente, anche perché vari Episcopati, con i suggerimenti dati in ordine alla vostra riunione, hanno indicato il rapporto tra Istituti secolari e Chiese locali come meritevole di approfondimento.

    Pur nel rispetto delle loro caratteristiche, gli Istituti secolari devono comprendere e assumere le urgenze pastorali delle Chiese particolari, e confermare i loro membri a vivere con attenta partecipazione le speranze e le fatiche, i progetti e le inquietudini, le ricchezze spirituali e i limiti, in una parola: la comunione della loro Chiesa concreta. Deve essere un punto di maggiore riflessione per gli Istituti secolari, questo, così come deve essere una sollecitudine dei Pastori riconoscere e richiedere il loro apporto secondo la natura loro propria.

    In particolare, incombe ai Pastori un’altra responsabilità: quella di offrire agli Istituti secolari tutta la ricchezza dottrinale, di cui hanno bisogno. Essi vogliono far parte del mondo e nobilitare le realtà temporali, ordinandole ed elevandole, perché tutto tenda a Cristo come a un capo (cf. Ef 1, 10). Perciò, si dia a questi Istituti tutta la ricchezza della dottrina cattolica sulla creazione, l’incarnazione e la redenzione, affinché possano fare propri i disegni sapienti e misteriosi di Dio sull’uomo, sulla storia e sul mondo.

    5. Fratelli e figli carissimi! È con sentimento di vera stima e anche di vivo incoraggiamento per gli Istituti secolari che oggi ho colto l’occasione offertami da questo incontro per sottolineare alcuni aspetti da voi trattati nei giorni scorsi.

    Auspico che la vostra assemblea plenaria raggiunga pienamente la finalità di offrire alla Chiesa una migliore informazione sugli Istituti secolari e di aiutare questi a vivere la loro vocazione in consapevolezza e fedeltà.

    Quest’Anno Giubilare della Redenzione, che tutti chiama “a una rinnovata scoperta dell’amore di Dio che si dona” (Giovanni Paolo II, Aperite portas Redemptori, 8), a un rinnovato incontro con la bontà misericordiosa di Dio, sia in particolare per le persone consacrate anche un rinnovato e pressante invito a seguire “con maggior libertà” e “più da vicino” (Perfectae Caritatis, 1) il Maestro che le chiama per le vie del Vangelo.

    E la vergine Maria sia per loro costante e sublime modello, e le guidi sempre con la sua materna protezione.

    Con questi sentimenti, volentieri imparto a voi qui presenti, e agli iscritti negli Istituti secolari di tutto il mondo, la propiziatrice benedizione apostolica.

     

    S. S. GIOVANNI PAOLO II, 6 maggio1983

     

  • Discorso ai partecipanti al III Congresso Mondiale degli Istituti Secolari - 1984

    Discorso ai partecipanti
    al III Congresso Mondiale degli Istituti Secolari

    S. S. Giovanni Paolo II
    28 agosto 1984

     

    Fratelli e sorelle!

    1. Godo veramente nell’incontrarvi ancora una volta, in occasione del congresso mondiale degli istituti secolari, convocato per trattare il tema: “Obiettivi e contenuti della formazione dei membri degli istituti secolari”.

    È il secondo incontro che ho con voi, e nei quattro anni intercorsi dal precedente non sono mancate le occasioni perché io rivolgessi la parola a questo o a quell’istituto.

    Ma c’è stata una particolare circostanza, nella quale ho parlato di voi e per voi. Lo scorso anno, a conclusione della riunione plenaria della quale la Congregazione per i religiosi e gli istituti secolari ha trattato dell’identità e della missione dei vostri istituti, ho raccomandato, tra l’altro, ai pastori della Chiesa di “favorire tra i fedeli una comprensione non approssimativa o accomodante, ma esatta, e rispettosa delle caratteristiche qualificanti” degli istituti secolari (Ioannis Pauli PP. II, Allocutio plenario coetui Sacrae Congregationis pro Religiosis et Institutis Saecularibus habita, 3, die 6 maii 1983: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VI/1 [1983] 1163). E ho anche toccato un punto che rientra nell’argomento della formazione, da voi affrontato in questi giorni: da una parte esortando gli istituti secolari a rendere più intensa la loro comunione ecclesiale; e d’altra parte ricordando ai vescovi che essi hanno la responsabilità di “offrire agli istituti secolari tutta la ricchezza dottrinale di cui hanno bisogno”(Ivi, 1164).

    Mi è caro oggi rivolgermi direttamente a voi, responsabili degli istituti e incaricati della formazione, per confermare l’importanza e la grandezza dell’impegno formativo. È un impegno primario, inteso sia in ordine alla propria formazione di tutti gli appartenenti all’istituto, con particolare cura nei primi anni, ma con oculata attenzione anche in seguito, sempre.

    2. Anzitutto e soprattutto vi esorto a rivolgere uno sguardo al Maestro divino, onde attingere luce per tale impegno.

    Il Vangelo può essere letto anche come resoconto dell’opera di Gesù nei confronti dei discepoli. Gesù proclama sin dall’inizio il “lieto annuncio” dell’amore paterno di Dio, ma poi insegna gradualmente la profonda ricchezza di questo annuncio, rivela gradualmente se stesso e il Padre, con infinita pazienza, ricominciando se necessario: “Da tanto tempo sono con voi, e tu non mi hai conosciuto?” (Gv 14,9). Potremmo leggere il Vangelo anche per scoprire la pedagogia di Gesù nel dare ai discepoli la formazione di base, la formazione iniziale. La “formazione continua” - come viene detta - verrà dopo, e la compirà lo Spirito Santo, che porterà gli apostoli alla comprensione di quanto Gesù aveva loro insegnato, li aiuterà ad arrivare alla verità tutta intera, ad approfondirla nella vita, in un cammino verso la libertà dei figli di Dio (cf. Gv 14, 26; Rm 8, 14ss.).

    Da questo sguardo su Gesù e la sua scuola viene la conferma di un’esperienza che tutti facciamo: nessuno di noi ha raggiunto la perfezione alla quale è chiamato, ciascuno di noi è sempre in formazione, è sempre in cammino. Scrive san Paolo che il Cristo deve essere formato in noi (cf. Gal 4, 19), così come siamo in grado di “conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza” (Ef 3, 19). Ma questa comprensione non sarà piena che quando saremo nella gloria del Padre (cf. 1 Cor 13, 12). È un atto di umiltà, di coraggio e di fiducia questo sapersi sempre in cammino, che trova riscontro e insegnamento in molte pagine della Scrittura. Ad esempio: il cammino di Abramo dalla sua terra alla meta a lui sconosciuta cui Dio lo chiama (cf. Gen 12, 1ss.); il peregrinare del popolo di Israele dall’Egitto alla terra promessa, dalla schiavitù alla libertà (cf. Esodo); lo stesso ascendere di Gesù verso il luogo e il momento in cui, innalzato da terra, tutto attirerà a sé (cf. Gv 12, 32).

    3. Atto di umiltà, dicevo, che fa riconoscere la propria imperfezione; di coraggio, per affrontare la fatica, le delusioni, le disillusioni, la monotonia della ripetizione e la novità della ripresa; soprattutto di fiducia, perché Dio cammina con noi, anzi: la Via è Cristo (cf. Gv 14, 6), e l’artefice primo e principale di ogni formazione cristiana è, non può essere altri che lui. Dio è il vero formatore, pur servendosi di occasioni umane; “Signore, Padre nostro tu sei, noi siamo creta e tu colui che ci dà forma, e noi tutti siamo opera delle tue mani” (Is 64, 7).

    Questa convinzione fondamentale deve guidare l’impegno sia per la propria formazione sia per il contributo che si può essere chiamati a dare alla formazione di altre persone. Mettersi con atteggiamento giusto nel compito formativo, significa sapere che è Dio che forma, non siamo noi. Noi possiamo e dobbiamo diventare un’occasione e uno strumento, sempre nel rispetto dell’azione misteriosa della grazia.

    Di conseguenza l’impegno formativo su di noi e su chi ci è affidato è orientato sempre, sull’esempio di Gesù, alla ricerca della volontà del Padre: “Non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 5, 30). La formazione infatti, in ultima analisi, consiste nel crescere nella capacità di mettersi a disposizione del progetto di Dio su ciascuno e sulla storia, nell’offrire consapevolmente la collaborazione al suo piano di redenzione delle persone e del creato, nel giungere a scoprire e a vivere il valore di salvezza racchiuso in ogni istante: “Padre nostro, sia fatta la tua volontà” (Mt 6, 9-10).

    4. Questo riferimento alla divina volontà mi porta a richiamare un’indicazione che già vi ho dato nel nostro incontro del 28 agosto 1980: in ogni momento della vostra vita e in tutte le vostre attività quotidiane deve realizzarsi “una disponibilità totale alla volontà del Padre, che vi ha posti nel mondo e per il mondo” (Ioannis Pauli PP. II, Allocutio iis qui coetui Conferentiae Mundialis Institutorum Saecularium Romae habito affuere in Arce Gandulfi coram admissis, habita, 4, die 28 aug. 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III/2 [1980] 472). E questo - vi dicevo inoltre - significa per voi una particolare attenzione a tre aspetti che convergono nella realtà della vostra specifica vocazione, in quanto membri di istituti secolari.

    Il primo aspetto riguarda il seguire Cristo più da vicino sulla via dei consigli evangelici, con una donazione totale di sé alla persona del Salvatore per condividerne la vita e la missione. Questa donazione, che la Chiesa riconosce essere una speciale consacrazione, diventa anche contestazione delle sicurezze umane quando siano frutto dell’orgoglio; e significa più esplicitamente il “mondo nuovo” voluto da Dio e inaugurato da Gesù (cf. Lumen Gentium, 42; Perfectae Ccaritatis, 11).

    Il secondo aspetto è quello della competenza nel vostro campo specifico, per quanto esso sia modesto e comune, con la “pienezza di coscienza dalla propria parte nell’edificazione della società” (Apostolicam Actuositatem, 13) necessaria per “servire con maggiore generosità ed efficacia” i fratelli (Gaudium et Spes, 93). La testimonianza sarà così più credibile: “Da questo sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 35).

    Il terzo aspetto si riferisce a una presenza trasformatrice nel mondo, cioè a dare “un contributo personale alla realizzazione del piano provvidenziale di Dio nella storia” (Gaudium et Spes, 34), animando e perfezionando l’ordine delle realtà temporali con lo spirito evangelico, agendo dall’interno stesso di queste realtà (cf. Lumen Gentium, 31; Apostolicam Actuositatem, 7.16.19).

    Vi auspico, come frutto di questo congresso, di continuare nell’approfondimento, soprattutto mettendo in atto i sussidi utili per porre l’accento formativo sui tre aspetti accennati, e su ogni altro aspetto essenziale, quali ad esempio l’educazione alla fede, alla comunione ecclesiale, all’azione evangelizzatrice: e tutto unificando in una sintesi vitale, proprio per crescere nella fedeltà alla vostra vocazione e alla vostra missione, che la Chiesa stima e vi affida, perché le riconosce rispondenti alle attese sue e dell’umanità.

    5. Prima di concludere vorrei ancora sottolineare un punto fondamentale: cioè che la realtà ultima, la pienezza, è nella carità, “Chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui” (1 Gv 4, 16). Anche lo scopo ultimo di ogni vocazione cristiana è la carità; negli istituti di vita consacrata, la professione dei consigli evangelici ne diventa la strada maestra, che porta a Dio sommamente amato e porta ai fratelli, chiamati tutti alla filiazione divina.

    Ora, all’interno dell’impegno formativo, la carità trova espressione e sostegno e maturazione nella comunione fraterna, per diventare testimonianza e azione.

    Ai vostri istituti, a motivo delle esigenze di inserimento nel mondo postulate dalla vostra vocazione, la Chiesa non richiede quella vita comune che è propria invece degli istituti religiosi. Tuttavia essa richiede una “comunione fraterna radicata e fondata nella carità”, che faccia di tutti i membri come “una sola peculiare famiglia” (CIC, can. 602); essa richiede che i membri di uno stesso istituto secolare “conservino la comunione tra di loro curando con sollecitudine l’unità dello spirito e la vera fraternità” (CIC, can. 716 § 2).

    Se le persone respirano questa atmosfera spirituale, che presuppone la più ampia comunione ecclesiale, l’impegno formativo nella sua integralità non fallirà il suo scopo.

    6. Al momento di concludere, il nostro sguardo ritorna su Gesù. Ogni formazione cristiana si apre alla pienezza della vita dei figli di Dio, così che il soggetto della nostra attività è, in fondo, Gesù stesso: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20). Ma questo è vero solo se ciascuno di noi può dire: “Sono stato crocifisso con Cristo”, quel Cristo “che ha dato se stesso per me” (Gal 2, 20).

    È la sublime legge della “sequela Christi”: abbracciare la croce. Il cammino formativo non può prescindere da essa.

    Che la Vergine Madre vi sia di esempio anche a questo proposito. Lei che - come ricorda il Concilio Vaticano II - “mentre viveva sulla terra una vita comune a tutti, piena di sollecitudine familiare e di lavoro” (Apostolicam Actuositatem, 4), “avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce” (Lumen Gentium, 58).

    E pegno della protezione divina sia la benedizione apostolica, che di tutto cuore impartisco a voi e a tutti i membri dei vostri istituti.

     

    S. S. GIOVANNI PAOLO II, 28 agosto 1984

     

  • Discorso ai partecipanti al IV Congresso Mondiale degli Istituti Secolari - 1988

    Discorso ai partecipanti
    al IV Congresso Mondiale degli Istituti Secolari

    S. S. Giovanni Paolo II
    26 agosto 1988

     

    Carissimi fratelli e sorelle degli Istituti Secolari!

    1. Con grande gioia vi accolgo in occasione del vostro IV Congresso Mondiale, e vi ringrazio per questa numerosa e significativa presenza. Voi siete rappresentanti qualificati di una realtà ecclesiale che è stata, specialmente in questo secolo, segno di una speciale “mozione” dello Spirito Santo in seno alla Chiesa di Dio. Gli Istituti Secolari, infatti, hanno chiaramente messo in luce il valore della consacrazione anche per quanti operano “nel secolo”, cioè per coloro che sono inseriti nelle attività terrene, sia come sacerdoti secolari, sia, soprattutto, come laici. Per il laicato, anzi, la storia degli Istituti Secolari segna una tappa preziosa nello sviluppo della dottrina riguardante la peculiare natura dell’apostolato laicale e nel riconoscimento della vocazione universale dei fedeli alla santità ed al servizio a Cristo.

    La vostra missione è oggi situata in una prospettiva consolidata da una tradizione teologica: essa consiste nella “consacratio mundi”, cioè nel ricondurre a Cristo, come ad un unico capo, tutte le cose (cf. Ef 1, 10), operando dal di dentro, nelle realtà terrene.

    Mi compiaccio per il tema scelto per la presente assemblea: “La missione degli Istituti Secolari nel mondo del 2000”. In realtà, questo è un argomento complesso, che corrisponde alle speranze ed alle attese della Chiesa nel suo prossimo futuro.

    Tale programma è quanto mai stimolante per voi, perché apre alla vostra specifica vocazione ed esperienza spirituale gli orizzonti del terzo millennio di Cristo, al fine di aiutarvi a realizzare sempre più consapevolmente la vostra chiamata alla santità vivendo nel secolo, e a collaborare mediante la consacrazione interiormente e autenticamente vissuta nell’opera di salvezza e di evangelizzazione di tutto il Popolo di Dio.

    2. Saluto il Cardinal Jean Jérôme Hamer, Prefetto della Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari, il quale vi ha intrattenuto sulle conclusioni del recente Sinodo dei Vescovi e sulle conseguenze che tali conclusioni comportano per la vostra comunità. E nel salutare tutti i collaboratori, gli organizzatori e tutti voi qui presenti con i fratelli e le sorelle degli istituti da voi rappresentati, a tutti rivolgo un cordialissimo augurio: che, cioè, la presente assemblea sia occasione propizia per vivere una profonda esperienza di comunione ecclesiale, di solidarietà, di grazia e di conforto per il vostro cammino, che illumini di luce particolare la vostra vocazione specifica.

    3. L’impatto con il terzo millennio dell’era cristiana è indubbiamente stimolante per tutti coloro che intendono dedicare la propria vita al bene ed al progresso dell’umanità. Noi tutti vorremmo che l’era nuova corrispondesse all’immagine, che il Creatore ha ideato per l’umanità. È lui che costruisce e conduce avanti la storia, come storia di salvezza per gli uomini di ogni epoca. Ciascuno, perciò, è chiamato ad impegnarsi per realizzare nel nuovo millennio un nuovo capitolo della storia della redenzione.

    Voi intendete contribuire alla santificazione del mondo dall’interno, “in saeculo viventes”, operando dall’intimo delle realtà terrene, “praesertim ab intus”, secondo la legge della Chiesa (cf. Codex Iuris Canonici, 710).

    Pur nella condizione di secolarità, voi siete dei consacrati. Di qui l’originalità del vostro compito: voi siete a pieno titolo, laici; ma siete consacrati, vi siete legati a Cristo con una vocazione speciale, per seguirlo più da vicino, per imitare la sua condizione di “servo di Dio”, nell’umiltà dei voti di castità, povertà e obbedienza.

    4. Voi siete consapevoli di condividere con tutti i cristiani la dignità di essere figli di Dio, membra vive di Cristo, incorporati alla Chiesa, insigniti, mediante il Battesimo, del sacerdozio comune dei fedeli. Ma avete anche accolto il messaggio intrinsecamente connesso con tale dignità: quello dell’impegno per la santità, per la perfezione della carità; quello di corrispondere alla chiamata dei consigli evangelici, nei quali si attua una donazione di sé a Dio ed a Cristo con cuore indiviso e con pieno abbandono alla volontà ed alla guida dello Spirito. Tale impegno voi lo attuate, non separandovi dal mondo, ma dall’interno delle complesse realtà del lavoro, della cultura, delle professioni, dei servizi sociali di ogni genere. Ciò significa che le vostre attività professionali e le condizioni di condivisione con gli altri laici delle cure terrene, saranno il campo di prova, di sfida, la croce, ma anche l’appello, la missione e il momento di grazia e di comunione con Cristo, nel quale si costruisce e si sviluppa la vostra spiritualità.

    Ciò richiede, come ben sapete, un continuo progresso spirituale nel vostro modo di agire nei confronti degli uomini, delle realtà e della storia. Si richiede da voi la capacità di cogliere, tanto nelle piccole come nelle grandi vicende del mondo, una presenza, quella di Cristo Salvatore, il quale cammina sempre accanto all’uomo, anche quando questi lo ignora e lo nega. Ciò richiede, ancora, una attenzione permanente al significato salvifico degli eventi quotidiani, affinché si possano interpretare alla luce della fede e dei principi cristiani.

    Si esige da voi, perciò, profonda unione con la Chiesa, fedeltà al suo ministero. Vi si domanda amorosa, totale adesione al suo pensiero e al suo messaggio, ben sapendo che ciò va fatto in forza dello speciale vincolo che ad essa vi lega.

    Tutto questo non significa una diminuzione della giusta autonomia dei laici in ordine alla consacrazione del mondo; piuttosto si tratta di collocarla nella sua luce propria, affinché non si indebolisca né operi isolatamente. La dinamica della vostra missione, così come voi la intendete, lungi dall’estraniarsi dalla vita della Chiesa, si attua in unione di carità con essa.

    5. Un’altra fondamentale esigenza consiste nell’accettazione generosa e consapevole del mistero della croce.

    Ogni azione ecclesiale è oggettivamente radicata nell’opera della salvezza, nell’azione redentrice di Cristo, ed attinge la sua forza dal sacrificio del Signore, dal suo sangue sparso sulla croce. Il sacrificio di Cristo, sempre presente nell’opera della Chiesa, costituisce la sua forza e la sua speranza, il suo dono di grazia più misterioso e più grande.

    la Chiesa sa bene che la sua storia è storia di abnegazione e di immolazione.

    La vostra condizione di laici consacrati vi fa sperimentare ogni giorno quanto ciò sia vero anche nel campo di attività e di missione, che ciascuno di voi svolge. Voi conoscete quale dedizione comporti tale opera per lottare contro se stessi, contro il mondo e le sue concupiscenze; ma solo così si può conseguire quella vera pace interiore, che solo il Cristo può e sa dare.

    Proprio questa via evangelica, percorsa spesso in situazioni di solitudine e di sofferenza, è la via che vi dà speranza, poiché nella croce siete sicuri di essere in comunione col nostro Redentore e Signore.

    6. Il contesto della croce non vi scoraggi. Esso vi sarà di aiuto e di sostegno per dilatare l’opera della redenzione e portare la presenza santificatrice del Cristo tra i fratelli. Tale vostro atteggiamento manifesterà la provvidente azione dello Spirito Santo, il quale “soffia dove vuole” (Gv 3, 8). Egli solo può suscitare forze, iniziative, segni potenti, mediante i quali porta a compimento l’opera di Cristo.

    Il compito di estendere a tutte le opere dell’uomo il dono della redenzione è missione che lo Spirito vi ha donato, è missione sublime, esige coraggio, ma è sempre motivo di beatitudine per voi, se vivrete nella comunione di carità con Cristo e con i fratelli.

    La Chiesa del 2000 attende quindi da voi una valida collaborazione lungo l’arduo percorso della santificazione del mondo.

    Auspico che il presente incontro possa davvero fortificare i vostri propositi, ed illuminare sempre più i vostri cuori.

    Con tali auspici volentieri imparto a tutti voi la mia benedizione apostolica, estensibile alle persone ed alle iniziative affidate al vostro servizio ecclesiale.

     

    S. S. GIOVANNI PAOLO II, 28 agosto 1984

     

  • Discorso ai partecipanti al Simposio Internazionale sul 50º Anniversario di Provida Mater Ecclesia

    Discorso ai partecipanti al Simposio
    Internazionale sul 50º Anniversario di Provida Mater Ecclesia

    S. S. Giovanni Paolo II
    1 febbraio 1997

     

    Signor Cardinale, Venerati Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio, Carissimi Fratelli e Sorelle!

    1. Vi accolgo con grande affetto in questa speciale Udienza con cui si vuole ricordare e celebrare una data importante per gli Istituti Secolari. Ringrazio il Signor Cardinale Martínez Somalo per le parole con le quali, interpretando i sentimenti di voi tutti, ha posto nella sua giusta luce il significato di questo incontro, che raccoglie simbolicamente in quest’Aula innumerevoli persone sparse nel mondo intero. Ringrazio anche il vostro rappresentante che ha parlato dopo il Cardinale.

    La materna sollecitudine ed il sapiente affetto della Chiesa per i suoi figli, che dedicano la vita a Cristo nelle varie forme di speciale consacrazione, si espresse cinquant’anni fa nella Costituzione Apostolica Provida Mater Ecclesia, che intese dare nuovo assetto canonico all’esperienza cristiana degli Istituti Secolari (cfr Pio XII, Provida Mater Ecclesia, AAS 39 [1947], 114-124).

    Con felice intuizione, anticipando alcuni temi che avrebbero trovato nel Concilio Vaticano II la loro adeguata formulazione, il mio predecessore di venerata memoria, Pio XII, confermò con la sua autorità apostolica un cammino e una forma di vita che già da un secolo avevano attirato molti cristiani, uomini e donne: essi si impegnavano nella sequela di Cristo vergine, povero e obbediente, rimanendo nella condizione di vita del proprio stato secolare. È bello riconoscere, in questa prima fase della storia degli Istituti Secolari, la dedizione e il sacrificio di tanti fratelli e sorelle nella fede, che affrontarono intrepidi la sfida dei tempi nuovi. Essi offrirono una testimonianza coerente di vera santità cristiana nelle condizioni più diverse di lavoro, di abitazione, d’inserimento nella vita sociale, economica e politica delle comunità umane alle quali appartenevano.

    Non possiamo dimenticare l’intelligente passione con la quale alcuni grandi uomini di Chiesa accompagnarono tale cammino negli anni che precedettero immediatamente la promulgazione della Provida Mater Ecclesia. Tra i tanti, oltre al citato Pontefice, mi piace ricordare con affetto e gratitudine l’allora Sostituto della Segreteria di Stato, il futuro Papa Paolo VI, Mons.Giovanni Battista Montini, e colui che al tempo della Costituzione Apostolica era Sotto-Segretario della Congregazione dei Religiosi, il venerato Cardinale Arcadio Larraona, che ebbero grande parte nella elaborazione e definizione della dottrina e delle scelte canoniche contenute nel documento.

    2. A distanza di mezzo secolo, la Provida Mater Ecclesia ci appare ancora di grande attualità. L’avete messo in evidenza durante i lavori del vostro Simposio internazionale. Essa anzi si caratterizza per un suo afflato profetico, che merita di essere sottolineato. La forma di vita degli Istituti Secolari, infatti, oggi più che mai, si mostra come una provvidenziale ed efficace modalità di testimonianza evangelica nelle circostanze determinate dall’odierna condizione culturale e sociale nella quale la Chiesa è chiamata a vivere e ad esercitare la propria missione. Con l’approvazione di tali Istituti la Costituzione, coronando una tensione spirituale che animava la vita della Chiesa almeno dai tempi di San Francesco di Sales, riconosceva che la perfezione della vita cristiana poteva e doveva essere vissuta in ogni circostanza e situazione esistenziale, essendo la vocazione alla santità universale (cfr Pio XII, Provida Mater Ecclesia, 118). Di conseguenza, affermava che la vita religiosa - intesa nella sua propria forma canonica - non esauriva in se stessa ogni possibilità di sequela integrale del Signore, ed auspicava che attraverso la presenza e la testimonianza della consacrazione secolare si determinasse un rinnovamento cristiano della vita familiare, professionale e sociale, grazie al quale scaturissero nuove ed efficaci forme di apostolato, rivolte a persone ed ambienti normalmente lontani dal Vangelo e quasi impenetrabili al suo annuncio.

    3. Già anni fa, rivolgendomi ai partecipanti al secondo Congresso internazionale degli Istituti Secolari, affermavo che essi si trovano “per così dire, al centro del conflitto che agita e divide l’animo moderno” (Giovanni Paolo II, Alla Conferenza mondiale degli Istituti secolari, 28 ago. 1980: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, vol. III, 2, 1980, p. 469). Con questa espressione intendevo riprendere alcune considerazioni del mio venerato predecessore, Paolo VI, che aveva parlato degli Istituti Secolari come della risposta ad un’ansia profonda: quella di trovare la strada della sintesi tra la piena consacrazione della vita secondo i consigli evangelici e la piena responsabilità di una presenza e di un’azione trasformatrice al di dentro del mondo, per plasmarlo, perfezionarlo e santificarlo (cfr Paolo VI, Ai rappresentanti degli Istituti secolari sacerdotali e laicali, 2 feb. 1972: Insegnamenti di Paolo VI, vol. X, 1972, p. 102).

    Da un lato, infatti, assistiamo al rapido diffondersi di forme di religiosità che propongono esperienze affascinanti, in qualche caso anche impegnative ed esigenti. L’accento, però, è posto sul livello emotivo e sensibile dell’esperienza, più che su quello ascetico e spirituale. Si può riconoscere che tali forme di religiosità tentano di rispondere ad un sempre rinnovato anelito di comunione con Dio, di ricerca della verità ultima su di Lui e sul destino dell’umanità. E si presentano con il fascino della novità e del facile universalismo. Queste esperienze, però, suppongono una concezione di Dio ambigua, che s’allontana da quella offerta dalla Rivelazione. Esse, inoltre, risultano avulse dalla realtà e dalla concreta storia dell’umanità.

    A questa religiosità si contrappone una falsa concezione della secolarità, secondo cui Dio resta estraneo alla costruzione del futuro dell’umanità. La relazione con Lui va considerata come una scelta privata e una questione soggettiva, che può essere tutt’al più tollerata, purché non pretenda di incidere in qualche modo sulla cultura o sulla società.

    4. Come, dunque, affrontare questo immane conflitto che attraversa l’animo e il cuore dell’umanità contemporanea? Esso diventa una sfida per il cristiano: la sfida a diventare operatore di una nuova sintesi tra il massimo possibile di adesione a Dio e alla sua volontà e il massimo possibile di partecipazione alle gioie e alle speranze, alle angosce e ai dolori del mondo, per volgerli verso il progetto di salvezza integrale che Dio Padre ci ha manifestato in Cristo, e continuamente mette a nostra disposizione attraverso il dono dello Spirito Santo.

    I membri degli Istituti Secolari proprio a questo si impegnano, esprimendo la loro piena fedeltà alla professione dei consigli evangelici in una forma di vita secolare, carica di rischi e di esigenze spesso imprevedibili, ma ricca di una potenzialità specifica ed originale.

    5. Portatori umili e fieri della forza trasformante del Regno di Dio e testimoni coraggiosi e coerenti del compito e della missione di evangelizzazione delle culture e dei popoli, i membri degli Istituti Secolari sono, nella storia, segno di una Chiesa amica degli uomini, capace di offrire consolazione per ogni genere di afflizione, pronta a sostenere ogni vero progresso dell’umana convivenza, ma insieme intransigente contro ogni scelta di morte, di violenza, di menzogna e d’ingiustizia. Essi sono, pure, segno e richiamo per i cristiani del compito di prendersi cura, in nome di Dio, di una creazione che rimane oggetto dell’amore e del compiacimento del suo Creatore, anche se segnata dalla contraddizione della ribellione e del peccato, e bisognosa di essere liberata dalla corruzione e dalla morte.

    C’è da meravigliarsi se l’ambiente con cui essi dovranno misurarsi sarà spesso poco disposto a comprendere ed accettare la loro testimonianza?

    La Chiesa oggi attende uomini e donne che siano capaci di una rinnovata testimonianza al Vangelo e alle sue esigenze radicali, stando dentro alla condizione esistenziale della gran parte delle creature umane. Ed anche il mondo, spesso senza averne coscienza, desidera l’incontro con la verità del Vangelo per un vero e integrale progresso dell’umanità, secondo il piano di Dio.

    In una condizione di tal genere, si richiede ai membri degli Istituti Secolari una grande determinazione e una limpida adesione al carisma tipico della loro consacrazione: quello di operare la sintesi di fede e vita, di Vangelo e storia umana, di integrale dedizione alla gloria di Dio e di incondizionata disponibilità a servire la pienezza della vita dei fratelli e delle sorelle, in questo mondo.

    I membri degli Istituti Secolari sono per vocazione e per missione al punto d’incrocio tra l’iniziativa di Dio e l’attesa della creazione: l’iniziativa di Dio, che portano nel mondo attraverso l’amore e l’intima unione a Cristo; l’attesa della creazione, che condividono nella condizione quotidiana e secolare dei loro simili, caricandosi delle contraddizioni e delle speranze di ogni essere umano, soprattutto dei più deboli e dei sofferenti.

    Agli Istituti Secolari, in ogni caso, è affidata la responsabilità di richiamare a tutti questa missione, attestandola con una speciale consacrazione, nella radicalità dei consigli evangelici, affinché l’intera comunità cristiana svolga con sempre maggior impegno il compito che Dio, in Cristo, le ha affidato con il dono del suo Spirito (Giovanni Paolo II, Vita consecrata, nn. 17-22).

    6. Il mondo contemporaneo appare particolarmente sensibile alla testimonianza di chi sa assumersi con coraggio il rischio e la responsabilità del discernimento epocale e del progetto di edificazione di un’umanità nuova e più giusta. I nostri sono tempi di grandi rivolgimenti culturali e sociali.

    Per questo motivo appare sempre più chiaro che la missione del cristiano nel mondo non può essere ridotta a un puro e semplice esempio di onestà, competenza e fedeltà al dovere. Tutto ciò va presupposto. Si tratta di rivestirsi degli stessi sentimenti di Cristo Gesù per essere nel mondo segni del suo amore. Questo è il senso e lo scopo dell’autentica secolarità cristiana, e quindi il fine e il valore della consacrazione cristiana vissuta negli Istituti Secolari.

    In questa linea si rivela quanto mai importante che i membri degli Istituti Secolari vivano intensamente la comunione fraterna sia all’interno del proprio Istituto che con i membri di Istituti diversi. Proprio perché dispersi come il lievito e il sale in mezzo al mondo, essi dovrebbero considerarsi testimoni privilegiati del valore della fraternità e dell’amicizia cristiana, oggi tanto necessarie, soprattutto nelle grandi aree urbanizzate che ormai raccolgono la gran parte della popolazione mondiale.

    Mi auguro che ogni Istituto Secolare diventi questa palestra di amore fraterno, questo focolare acceso al quale molti uomini e donne possano attingere luce e calore per la vita del mondo.

    7. Infine, chiedo a Maria di dare a tutti i membri degli Istituti Secolari la lucidità del suo sguardo sulla situazione del mondo, la profondità della sua fede nella parola di Dio e la prontezza della sua disponibilità a compierne i misteriosi disegni per una collaborazione sempre più incisiva all’opera della salvezza.

    Affidando alle sue mani materne il futuro degli Istituti Secolari, porzione eletta del popolo di Dio, imparto a ciascuno di voi qui presenti la Benedizione Apostolica, che estendo volentieri a tutti i membri degli Istituti Secolari sparsi nei cinque continenti.

     

    S. S. GIOVANNI PAOLO II, 1 febbraio 1997

     

  • Discorso ai partecipanti al VII Congresso della Conferenza Mondiale degli Istituti Secolari - 2000

    Discorso ai partecipanti
    al VII Congresso della Conferenza Mondiale degli Istituti Secolari

    S. S. Giovanni Paolo II
    28 agosto 2000

     

    Carissimi Fratelli e Sorelle!

    1. Sono lieto di accogliervi in occasione del vostro Congresso, che dalla celebrazione giubilare in atto riceve un orientamento e uno stimolo particolare. Vi saluto tutti con viva cordialità, rivolgendo un particolare pensiero al Cardinale Eduardo Martínez Somalo, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, che ha interpretato con calore i vostri sentimenti.

    Nell'anno del Grande Giubileo la Chiesa invita tutti i laici, ma con un titolo particolare i membri degli Istituti Secolari, all'impegno di animazione evangelica e di testimonianza cristiana all’interno delle realtà secolari. Come ebbi a dire in occasione del nostro incontro per il cinquantesimo anniversario della Provida Mater Ecclesia, voi siete per vocazione e per missione al punto d'incrocio tra l’iniziativa di Dio e l’attesa della creazione: l’iniziativa di Dio, che portate al mondo attraverso l’amore e l’intima unione con Cristo; l’attesa della creazione, che condividete nella condizione quotidiana e secolare dei vostri simili (cfr Insegnamenti di Giovanni Paolo II vol. XX/1, 1997, n. 5, p. 232). Per questo, come consacrati secolari, dovete vivere con consapevolezza operosa le realtà del vostro tempo, perché la sequela di Cristo, che dà significato alla vostra vita, vi impegna seriamente nei confronti di quel mondo che siete chiamati a trasformare secondo il progetto di Dio.

    2. Il vostro Congresso Mondiale concentra l’attenzione sul tema della formazione dei membri degli Istituti Secolari. Occorre che essi siano sempre in grado di discernere la volontà di Dio e le vie della nuova evangelizzazione in ogni "oggi" della storia, nella complessità e mutevolezza dei segni dei tempi.

    Nell’Esortazione Apostolica Christifideles laici ho dedicato ampio spazio al tema della formazione dei cristiani nelle loro responsabilità storiche e secolari, come anche nella loro diretta collaborazione all’edificazione della comunità cristiana; ed ho indicato le fonti indispensabili di tale formazione: "l’ascolto pronto e docile della parola di Dio e della Chiesa, la preghiera filiale e costante, il riferimento a una saggia e amorevole guida spirituale, la lettura nella fede dei doni e dei talenti ricevuti e nello stesso tempo delle diverse situazioni sociali e storiche entro cui si è inseriti" (n. 59).

    La formazione riguarda quindi in modo globale tutta la vita del consacrato. Essa si nutre anche delle analisi e delle riflessioni degli esperti di sociologia e delle altre scienze umane, ma non può trascurare, come suo centro vitale e come criterio per la valutazione cristiana dei fenomeni storici, la dimensione spirituale, teologica e sapienziale della vita di fede, che fornisce le chiavi ultime e decisive per la lettura dell’odierna condizione umana e per la scelta delle priorità e degli stili di un’autentica testimonianza.

    Lo sguardo che noi rivolgiamo alle realtà del mondo contemporaneo, sguardo che vorremmo sempre carico della compassione e della misericordia insegnataci da nostro Signore Gesù Cristo, non si ferma a individuare errori e pericoli. Certo, non può trascurare di notare anche gli aspetti negativi e problematici, ma si rivolge subito a individuare vie di speranza e ad indicare prospettive di fervido impegno per la promozione integrale della persona, per la sua liberazione e la pienezza della sua felicità.

    3. Nel cuore di un mondo che cambia, nel quale persistono e si aggravano ingiustizie e sofferenze inaudite, voi siete chiamati ad una lettura cristiana dei fatti e dei fenomeni storici e culturali. In particolare, dovete essere portatori di luce e di speranza nella società di oggi. Non lasciatevi ingannare da ingenui ottimismi, ma restate fedeli testimoni di un Dio che certamente ama questa umanità e le offre la grazia necessaria perché possa lavorare efficacemente alla costruzione di un mondo migliore, più giusto e più rispettoso della dignità di ogni essere umano. La sfida, che la cultura contemporanea rivolge alla fede, sembra proprio questa: abbandonare la facile inclinazione a dipingere scenari bui e negativi, per tracciare percorsi possibili, non illusori, di redenzione, di liberazione e di speranza.

    La vostra esperienza di consacrati nella condizione secolare vi mostra che non ci si deve attendere l’avvento di un mondo migliore solo dalle scelte che calano dall’alto delle grandi responsabilità e delle grandi istituzioni. La grazia del Signore, capace di salvare e di redimere anche questa epoca della storia, nasce e cresce nei cuori dei credenti. Essi accolgono, assecondano e favoriscono l’iniziativa di Dio nella storia e la fanno crescere dal basso e dall’interno delle semplici vite umane che diventano così le vere portatrici del cambiamento e della salvezza. Basta pensare all’azione esercitata in questo senso dall’innumerevole schiera di santi e sante, anche di quelli non ufficialmente dichiarati tali dalla Chiesa, che hanno segnato profondamente l'epoca in cui sono vissuti, portando ad essa dei valori e delle energie di bene la cui importanza sfugge agli strumenti dell'analisi sociale, ma è ben visibile agli occhi di Dio e alla pensosa riflessione dei credenti.

    4. La formazione al discernimento non può trascurare il fondamento di ogni progetto umano che è e rimane Gesù Cristo. La missione degli Istituti Secolari è di "immettere nella società le energie nuove del Regno di Cristo cercando di trasfigurare il mondo dal di dentro con la forza delle Beatitudini" (Vita consecrata, 10). La fede dei discepoli diventa in questo modo anima del mondo, secondo la felice immagine della lettera "A Diogneto", e produce un rinnovamento culturale e sociale che va messo a disposizione dell'umanità. Quanto più l'umanità si trova lontana ed estranea rispetto al messaggio evangelico, tanto più dovrà risuonare forte e persuasivo l'annuncio della verità di Cristo e dell'uomo redento in Lui.

    Certo, si dovrà fare sempre attenzione alle modalità di questo annuncio, perché l’umanità non lo avverta come invadenza e imposizione da parte dei credenti. Al contrario, sarà nostro compito far sì che appaia sempre più chiaro che la Chiesa, portatrice della missione di Cristo, si prende cura dell’uomo con amore. E lo fa non per l'umanità in astratto, ma per questo uomo concreto e storico, nella convinzione che "questo uomo è la prima via che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione... la via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell'Incarnazione e della Redenzione" (Redemptor hominis, 14; cfr Centesimus annus, 53).

    5. La vostra formazione iniziale e permanente, cari responsabili e membri degli Istituti Secolari, va nutrita da queste certezze. Essa produrrà frutti abbondanti nella misura in cui continuerà ad attingere all’inesauribile tesoro della Rivelazione, letto e proclamato con sapienza e amore dalla Chiesa.

    A Maria, Stella dell'evangelizzazione, che della Chiesa è icona ineguagliabile, affido il vostro cammino per le strade del mondo. Sia accanto a voi e la sua intercessione renda fecondi i lavori del vostro Congresso e doni fervore e rinnovato slancio apostolico alle Istituzioni che voi qui rappresentate, affinché l'evento giubilare segni l'inizio di una nuova Pentecoste e di un profondo rinnovamento interiore.

    Con questi voti a tutti imparto, quale pegno di costante affetto, l'Apostolica Benedizione.

    S. S. GIOVANNI PAOLO II, 28 agosto 2000

     

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