SAN LUIGI VERSIGLIA

Liturgia
Data: 25 Febbraio 2018 00:00

Nel 1885 San Giovanni Bosco aveva rivelato ai Salesiani riuniti a San Benigno Canavese, in Piemonte, di aver sognato una turba di ragazzi che gli erano andati incontro dicendogli: “Ti abbiamo aspettato tanto!”; in un altro sogno vide alzarsi verso il cielo due grandi calici, l’uno ripieno di sudore e l’altro di sangue. Quando nel 1918 un gruppo di missionari salesiani partì da Valdocco, in Torino, alla volta di Shiu-Chow nel Kwang-tung, in Cina, il Rettor Maggiore, don Paolo Albera, donò loro il calice con il quale aveva celebrato le nozze d’oro di consacrazione e i 50 anni del santuario di Maria Ausiliatrice. Il prezioso e simbolico dono fu consegnato da don Sante Garelli a monsignor Versiglia, il quale dichiarò: “Don Bosco vide che quando in Cina un calice si fosse riempito di sangue, l’Opera salesiana si sarebbe meravigliosamente diffusa in mezzo a questo popolo immenso. Tu mi porti il calice visto dal Padre: a me il riempirlo di sangue per l’adempimento della visione”.

Luigi Versiglia nacque a Oliva Gessi in provincia di Pavia il 5 giugno 1873. Nel 1885, all’età di dodici anni, accettò di recarsi a studiare nell’oratorio salesiano di Valdocco in Torino, alla condizione di non farsi prete. Ma la grazia di Dio, l’ambiente saturo di religiosità e di ardore missionario, il fascino dello stesso don Bosco, ormai agli ultimi anni della sua vita, trasformarono l’animo del ragazzo al quale, in un fugace incontro nel 1887, il santo disse: “Vieni a trovarmi, ho qualcosa da dirti”; ma don Bosco non poté più parlare con Luigi perché si ammalò e morì. Il giovane però rimase legatissimo alla figura di don Bosco tanto che, per rispondere alla chiamata vocazionale, alla fine del corso di studi a Valdocco fece domanda di “restare con don Bosco”, portando in cuore la segreta speranza di poter essere un giorno missionario. A 16 anni emise i voti religiosi nella Congregazione salesiana.

Fu novizio modello a Foglizzo, presso Torino, e fece la professione religiosa l’11 ottobre 1889. Mentre studiava filosofia nello studentato di Valsalice a Torino (1889-90), scrisse al direttore spirituale che il desiderio di essere missionario cresceva ogni giorno di più, ma che temeva trattarsi di un desiderio vano, perché non possedeva le virtù necessarie, e specificava quello che avrebbe dovuto acquistare. Inizia da qui il cammino ascetico, che in quarant’anni lo porterà alle vette più alte delle virtù cristiane e all’apice della carità. Fu la conquista ardua di un cuore generoso e di una volontà di ferro, sorretta da una sincera pietà e da una profonda umiltà. Sono le doti caratteristiche della sua personalità.

Frequentando l’Università Gregoriana di Roma (1890-93) congiunse lo studio all’apostolato tra i ragazzi dell’oratorio salesiano del Sacro Cuore, con lusinghieri successi nell’uno e nell’altro campo. I ragazzi gli volevano bene e i confratelli lo ammiravano per le sue belle doti. Egli, profondamente e sinceramente umile, riteneva, però, di essere l’ultimo tra i compagni di studio e continuava a sforzarsi per acquistare le virtù necessarie al buon missionario. Conseguita la laurea in Filosofia (1893), i Superiori gli affidarono il delicato compito d’insegnante e assistente dei novizi a Foglizzo (1893-96). Fu insegnante chiaro e limpido, assistente attento e, a suo tempo, anche severo, efficace plasmatore di caratteri, ma sempre affabile, umile, buon amico di tutti e il più stimato tra i confratelli della casa.

Dopo l’ordinazione sacerdotale (21 dicembre 1895) fu scelto come direttore e maestro dei novizi nella nuova casa di Genzano presso Roma, nonostante le sue resistenze, perché si riteneva incapace, data anche la giovane età di 23 anni. Per un decennio (1896-1905) fu un ottimo formatore di anime religiose e sacerdotali, stimato e amato come un padre. Molte decine di Salesiani testimoniarono la venerazione che avevano per il loro caro maestro, e anche i Genzanesi lo ricordarono per molti anni. Durante questo decennio, don Versiglia continuò a mantenere vivo il desiderio delle missioni e, riprendendo una pratica giovanile, si esercitò persino a cavalcare, ritenendola cosa utile per la vita missionaria. Quando, nell’estate 1905, gli giunse l’invito di guidare il primo gruppo di missionari Salesiani in Cina, egli lo accolse con entusiasmo, come il dono più grande, quello che aveva chiesto al Signore e preparato con l’intenso lavoro interiore fin dal giorno in cui, quindicenne, aveva scelto di “stare con don Bosco”.

Don Versiglia trovò a Macao un piccolo orfanotrofio di proprietà del vescovo locale. In 12 anni di lavoro, con l’aiuto di una dozzina di confratelli e su un terreno più vasto, lo trasformò in una moderna scuola professionale per 200 alunni interni, la maggior parte orfani, che venivano avviati a una professione. Nel 1911, aiutato da un altro Salesiano santo, don Ludovico Olive (morto prematuramente all’età di 52 anni per colera contratto durante il ministero), don Versiglia iniziò la missione dell’Heungshan, regione tra Macao e Canton. Il suo zelo apostolico per la salvezza delle anime raggiunse vette eroiche tra i malati di peste bubbonica e tra i lebbrosi.

Nel 1918 la Santa Sede affidò ai Salesiani la nuova missione di Shiu-Chow nel nord del Kwang-tung. Don Versiglia fu incaricato dai superiori di Torino di organizzare quella missione con l’aiuto di una dozzina di sacerdoti, inviati dall’Italia. Nel 1920 la missione fu eretta a vicariato apostolico e corse subito voce che don Versiglia sarebbe stato eletto vicario e consacrato vescovo. Egli scrisse ai superiori di Torino lettere strazianti, dichiarando la propria assoluta incapacità e scongiurandoli di esonerarlo da quella carica. Monsignor De Guébriant dichiarava invece pubblicamente che, se la scelta fosse stata fatta a voce di popolo, persino i teneri bambinelli avrebbero acclamato don Versiglia come padre e pastore. Consacrato vescovo a Canton il 9 gennaio 1921, alle fatiche del ministero pastorale su un territorio vastissimo e privo di strade monsignor Versiglia aggiunse aspre penitenze, che giungevano fino alla flagellazione a sangue. Nel 1926, su invito dei superiori di Torino, partecipò al Congresso Eucaristico di Chicago. Una grave operazione chirurgica lo trattenne per un anno negli Stati Uniti. Quando lo consentiva la salute, si occupava anche della propaganda missionaria, lasciando sempre un’impressione straordinaria.

Al ritorno a Shiu-Chow i confratelli gli fecero trovare una novità: l’episcopio. Era una casa graziosa di stile cinese, non ricca, costruita accanto all’istituto Don Bosco, dove monsignore aveva sempre abitato in due stanzette disturbate da ogni movimento degli oltre 300 alunni. La nuova costruzione parve a lui un lusso e rifiutò categoricamente il nome di episcopio. Si rassegnò ad abitarvi, purché la si chiamasse e fosse realmente “La casa del missionario”, dove potessero trovare accoglienza i missionari malati e quanti erano di passaggio o giungevano per convegni.

In 12 anni di missione, dal 1918 al 1930, il vescovo Versiglia riuscì a compiere prodigi in una terra ostile ai cattolici: istituì 55 stazioni missionarie primarie e secondarie rispetto alle 18 trovate; ordinò 21 sacerdoti; formò 2 religiosi laici, 15 suore del luogo e 10 straniere; lasciò 31 catechisti (18 donne), 39 insegnanti (8 maestre) e 25 seminaristi. Portò al Battesimo tremila cristiani convertiti, a fronte dei 1.479 trovati all’arrivo. Eresse un orfanotrofio, una casa di formazione per catechiste, una scuola per catechisti; l’istituto Don Bosco, comprensivo delle scuole professionali, complementari e magistrali per i ragazzi; l’istituto Maria Ausiliatrice per le ragazze; un ricovero per gli anziani; un brefotrofio; due dispensari per medicinali e la Casa del missionario, come desiderava fosse chiamato l’episcopio. Il vescovo non si fermava di fronte a nulla, neppure alle carestie, alle epidemie, alle sconfitte che si presentavano a lui e ai suoi collaboratori, non sempre umanamente ricompensati: apostasie, calunnie, abbandoni, incomprensioni, viltà... Ma tutto era superato grazie alla preghiera, intensa, costante. Negli anni dedicati alla Cina, monsignor Versiglia non si è mai stancato di esortare i suoi sacerdoti al dialogo con il Signore e con la Vergine Maria. Non a caso teneva una corrispondenza con le monache Carmelitane di Firenze, domandando loro sostegno spirituale.

La situazione politica in Cina non era tranquilla: la nuova Repubblica Cinese, nata il 10 ottobre 1911, con il generale Chang Kai-shek, aveva riportato all’unità la Cina, sconfiggendo nel 1927 i “signori della guerra” che tiranneggiavano varie regioni. Ma la pesante infiltrazione comunista nella nazione e nell’esercito, sostenuta da Stalin, aveva persuaso il generale ad appoggiarsi alla destra e a dichiarare fuori legge i comunisti (aprile 1927); per questo la guerra civile era ricominciata. La provincia di Shiu-Chow, posta tra il Nord e il Sud, era luogo di passaggio o di sosta dei vari gruppi combattenti fra loro e quindi erano usuali: furti, incendi, violenze, delitti, sequestri. Era pure difficile distinguere, in queste bande che saccheggiavano, i soldati sbandati, i mercenari, i killer prezzolati, i pirati che approfittavano del caos. In quei tristi tempi anche gli stranieri rischiavano la vita ed erano classificati con disprezzo “diavoli bianchi”. I missionari erano in genere amati dalla gente più povera e le Missioni diventavano il rifugio nei momenti di saccheggio. I più temibili tuttavia erano i pirati che non avevano riguardo per nessuno, e i soldati comunisti per i quali la distruzione del Cristianesimo era un programma. Per questo negli spostamenti necessari per le attività missionarie nei vari e sparsi villaggi i catechisti e le catechiste, le maestre e le ragazze, non si mettevano in viaggio se non accompagnate dai missionari.

Per il pericolo incombente sulle vie di terra e sui fiumi anche il vescovo Luigi Versiglia non aveva potuto fino ad allora visitare i cristiani della piccola missione di Lin-Chow, composta da due scuolette e duecento fedeli nella devastata città di 40.000 abitanti, turbata dalla guerra civile. Tuttavia verso la fine del gennaio 1930 si convinse che bisognava partire. Ai primi di febbraio giunse al centro salesiano di Shiu-Chow il giovane missionario don Callisto Caravario di 26 anni, responsabile della missione di Lin-Chow, per accompagnare il vicario Versiglia nel viaggio. Fatti i rifornimenti, sia per il viaggio previsto di otto giorni sia per i bisogni della piccola missione, all’alba del 24 febbraio ci fu la partenza in treno del gruppo, composto da monsignor Versiglia, don Caravario, due giovani maestri diplomati all’istituto “Don Bosco” (uno cristiano e l’altro pagano), le loro due sorelle Maria di 21 anni (maestra) e Paola 16 anni (che lasciati gli studi tornava in famiglia); c’era inoltre la ventiduenne catechista Clara. Dopo una sosta notturna alla casa salesiana di Lin-Kong-How, il 25 febbraio salirono sulla barca che doveva risalire il fiume Pak-kong fino a Lin-Chow; al gruppo si aggiunse un’anziana catechista che doveva affiancare la più giovane Clara e un ragazzo di 10 anni, che si recava alla scuola di don Caravario. La grossa barca era condotta da quattro barcaioli e, risalendo il fiume, verso mezzogiorno, avvistarono sulla riva dei fuochi ravvivati da una decina di uomini che, quando la barca giunse alla loro altezza, intimarono di accostare e fermarsi. Chiesero ai barcaioli, puntando fucili e pistole, chi trasportavano e saputo che si trattava del vescovo e di un missionario, dissero: “Non potete portare nessuno senza la nostra protezione. I missionari devono pagarci 500 dollari o vi fucileremo tutti”. I missionari cercarono di far capire loro che non possedevano tanto denaro, ma i pirati saliti sulla barca scorsero le ragazze rifugiate in una specie di baracca situata a poppa della barca; allora gridarono: “Portiamo via le loro mogli!”. I missionari ribatterono che non erano loro mogli ma alunne che erano accompagnate a casa; nel frattempo con i loro corpi cercavano di bloccare l’entrata della baracca. I pirati allora minacciarono di appiccare il fuoco alla barca, prendendo fascine di legna da una vicina barca, ma la legna era fresca e non si accendeva subito, mentre i missionari riuscivano a soffocare le prime fiamme. Infuriati, i pirati presero dei rami più grossi e bastonarono i due missionari. Dopo molti minuti il cinquantasettenne vescovo cadde e dopo qualche minuto stramazzò a terra anche don Caravario; a questo punto i malviventi si avventarono sulle donne trascinandole sulla riva fra i loro disperati pianti. Anche i due missionari furono portati a terra. I barcaioli, con l’anziana catechista, il ragazzo e i due fratelli delle donne furono lasciati liberi di proseguire; costoro poi avvisarono i missionari e le autorità, che mandarono drappelli di soldati.

Intanto sulla riva del fiume si consumava la tragedia. I due Salesiani legati si confessarono a vicenda, esortando le tre ragazze a essere forti nella fede; poi i pirati li fecero incamminare per una stradetta lungo il corso dello Shiu-pin, piccolo affluente del Pak-kong, nella zona di Li Thau Tseui. Il vescovo Versiglia li implorò: “Io sono vecchio, ammazzatemi pure. Ma lui è giovane, risparmiatelo!”. Le donne, mentre venivano spinte verso una pagoda, udirono cinque colpi di fucile e dieci minuti dopo gli esecutori tornarono dicendo: “Sono cose inspiegabili, ne abbiamo visti tanti... tutti temono la morte. Questi due invece sono morti contenti e queste ragazze non desiderano altro che morire”. Era il 25 febbraio 1930. Le ragazze furono trascinate sulla montagna, restando in balia dei banditi per cinque giorni. Il 2 marzo i soldati raggiunsero il covo dei banditi, i quali dopo un breve scontro a fuoco fuggirono lasciando libere le ragazze, che divennero preziose e veritiere testimoni del martirio dei due missionari salesiani.

Vengono picchiati con forza e infine fucilati. Prima di essere uccisi riuscirono a confessarsi a vicenda. Il loro ultimo respiro fu per le anime della loro amata Cina.

Paolo VI li ha dichiarati martiri nel 1976, Giovanni Paolo II li ha beatificati nel 1983 e canonizzati il 1° ottobre 2000.

 

 

 

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